Pubblicato da: sigfridocorradi | 3 maggio 2011

Il Paesaggio emozionale

La fotografia, in particolare di paesaggio, viene spesso ridotta ad un mezzo per riprodurre la realtà. Uno strumento per generare quasi automaticamente un’immagine, grosso modo fedele, di ciò che si vede. Senza via di scampo. Ma si tratta appunto di una riduzione. Come sarebbe riduttivo dire che il pennello serve per stendere più comodamente il colore, che la tastiera di un pianoforte serve per produrre più agevolmente dei suoni e così via.
La fotografia di paesaggio, evolutasi nel tempo, è arrivata ad essere non più destinata solo a preservare l’immagine di un luogo, ma un mezzo artistico a tutti gli effetti. Con l’affermarsi ed il raffinarsi della tecnologia digitale, si sono resi disponibili una serie di strumenti software (facenti parte della cosiddetta “camera chiara“) per intervenire significativamente sull’immagine, permettendo al fotografo di sviluppare una personale percezione dell’ambiente che lo circonda (altrimenti vincolato proprio dai limiti tecnici). Risultano così immagini che per l’atmosfera, la luce, i colori, la prospettiva si allontanano da quella che potrebbe essere una “riproduzione fedele” avvicinandosi a quello che io trovo essere davvero interessante e meritevole di condivisione: l’emozione di un luogo.
Per capire come riuscire ad interpretare un luogo in un certo modo, andando verso l’emozione piuttosto che la riproduzione, non vi è altra soluzione che osservare con attenzione il lavoro di altri: sono molti i fotografi (in particolare stranieri) il cui lavoro è fortemente centrato sull’emozione, come ad esempio Floris van Breugel, Adrian Klein, Michael Anderson, Vincent Favre, Patrick Di Fruscia o Adam Burton giusto per citarne alcuni in ordine sparso. Osservare, capire e quindi provare. Per quel che mi riguarda da un anno circa mi dedico in modo quasi esclusivo alla fotografia di paesaggio in Lessinia (che ho sempre frequentato e dove ho letteralmente imparato a fotografare), concentrandomi nell’ottenere dalle mie immagini qualcosa di più e, nonostante tutto, non manca mai l’occasione per rendermi conto di come la strada da fare sia ancora lunga… per fortuna! :-)

Apro quindi la serie di fotografie di questo articolo con una silhouette, tanto semplice quanto efficace:

La nuvola solitaria

La nuvola solitaria

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Dati di scatto: focale 400mm (Canon 100-400 su Canon 5DMkII) e diaframma f/10, scatto singolo esponendo per il cielo (come sempre le silhouette sono tecnicamente estremamente semplici da realizzare).

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La luce del tramonto illumina sempre per ultime le cime più alte delle montagne. il Gruppo del Carega non è da meno e visto dalla Lessinia sa offrire molto:

Il Gruppo del Carega carezzato dall'ultima luce e decorato dal cielo

Il Gruppo del Carega carezzato dall'ultima luce e decorato dal cielo

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Dati di scatto: focale 400mm (Canon 100-400 su Canon 5DMkII), posa pari ad 1/8 di secondo, iso 400, diaframma f/11. Scatto singolo (in verità avevo scattato una “tripletta” in bracketing ma già lo scatto “medio” aveva tutto quel che serviva -come luci ed ombre- e quindi ho scartato le altre due immagini).

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Nell’immagine seguente ho voluto “centrare” la composizione sulle laste in pietra, quasi alla base della vita in Lessinia, posate su un tappeto d’erba (punteggiato da bianchi Crochi) nuovamente verde dopo i rigori dell’inverno:

Torna la verde primavera

Torna la verde primavera

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Dati di scatto: la foto in questione è uno scatto panoramico composto da 4 immagini verticali a 17mm (Canon 17-40 su Canon 5dMkII – f/16, iso100), ogni immagine l’ho scattata in bracketing con 1 stop abbondante di distanza uno dall’altro, anche se poi ho tenuto solo lo scatto “medio” e quello sottoesposto come immagini da far elaborare a PTGui per generare la panoramica (quello “medio” andava già bene anche per le ombre senza bisogno di appesantire l’elaborazione di PTGui con un altro set di 4 immagini sovraesposte)

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A ricordo di tempi passati, ma da non dimenticare, un cippo di confine del 1911 posto sulla cima di un monte (Castelberto – comune di Erbezzo – VR) che ha visto la storia, quella peggiore, fermarsi un po’ lì:

Il cippo come memoria

Il cippo come memoria

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Dati di scatto: l’immagine è una panoramica composta da 4 scatti (focale 17mm – Canon 17-40 su Canon 5dMkII – diaframma f/16), realizzati in bracketing per compensare il contrasto fra le zone colpite dalla luce del sole e le zone in ombra.

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Arrivando dalla città di Verona, prima della frazione San Rocco nel comune di Roveré Veronese, si incontra un monte sulla destra, depositario della memoria di tutte quelle persone decedute lì in un terribile momento del passato, quando un deposito militare abbandonato (ma non svuotato), un forte, è costato molte vite. Ho voluto riprendere un rudere che si trova sul fianco del monte, resti che vanno sgretolandosi e sparendo un po’ naturalmente ed un po’ aiutati dall’uomo:

Tramonto sul Rudere

Tramonto sul Rudere

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Dati di scatto: si tratta di una panoramica composta da 10 immagini su due file da 5 scatti (in quanto anche fotografando a 17mm non riuscivo a comporre come desideravo sulla verticale), ogni immagine poi l’ho scattata con il bracketing sull’esposizione (pur essendoci moltissima foschia il contrasto era comunque molto elevato) che poi ho elaborato con PTGui per realizzare la panoramica (per tutte diaframma f/16 e tempi pari ad 1/5 – 1/15 – 1/40 di secondo).

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In Lessinia, a due passi dalla ben nota Spluga della Preta, si trova la Grotta del Ciabattino. Questo luogo faceva parte della lista di quelli che intendo visitare (fotograficamente) e l’occasione si è presentata quando, nemmeno tanto inaspettatamente, le condizioni meteo hanno deciso che rivestire il Corno d’Aquilio (nel comune di Sant’Anna d’Alfaedo – VR) di nebbie fosse cosa buona e giusta… Ho così visitato questa grotta, con all’interno alcune formazioni di ghiaccio dovute alle infiltrazioni d’acqua:

La grotta del Ciabattino

La grotta del Ciabattino

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Dati di scatto: si tratta di una panoramica composta da 12 foto disposte su due righe da 6 (per tutte focale 17mm e diaframma f/16). Per ogni scatto ho utilizzato il bracketing sul tempo di posa (con tempi pari a 1.3 sec – 3.2 sec – 8 sec) più un quarto scatto molto sottoesposto (1/20 sec) per avere dati anche nell’apertura della grotta (comunque bianca per via della nebbia che in parte filtrava anche dentro la grotta stessa).

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Alla prossima!

-Sig-


Risposte

  1. Ciao Sigfrido. Ho visto i tuoi straordinari lavori grazie alla tua mail di avviso del nuovo articolo pubblicato. Mi sgomenta un po’ la procedura che adotti per arrivare ai risultati che ci presenti. Immagino che il file finale di ogni elaborato abbia un peso immenso..! Quando hai tempo, mi diresti per favore che programma è PTGui? (Che poi a unire due file di foto sovrapposte ne parliamo un’altra volta…!) Grazie. Complimenti per la passione che ci metti e che trasmetti.

    • Ciao!
      Si, la tecnica che utilizzo per buona parte delle mie fotografie panoramiche produce immagini dalla risoluzione elevatissima, ma ciò non porta alcun problema, anzi, è un grosso vantaggio (in termini di qualità)! Per quel che riguarda PTGui, in due parole (per email poi ti scriverò in modo più dettagliato): si tratta di un software che, ricevendo in ingresso una serie di immagini scattate in sequenza cambiando per ognuna inquadratura (devono però sovrapporsi fra loro in parte), restituisce un’unica grande immagine dove tutte le foto sono unite fra loro senza soluzione di continuità, come se avessimo scattato con una lente molto più grandangolare di quella usata per i singoli scatti!


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